"Non smetterò mai di sognare!" - Intervista al Padre della Gemitex

Aggiornato il: apr 3

Oggi vi presentiamo la nuova rubrica mensile PARLIAMO DI NOI…, che ha lo scopo di raccontarvi la nostra azienda dall'interno attraverso una serie di interviste.


Per il primo appuntamento ci siamo domandati a lungo quale fosse la prima persona da intervistare...


Così, dopo lunghe riflessioni, abbiamo deciso di raccontarvi la nostra storia.


Anzi, vi dirò di più.


Siamo andati a ricercare ancora più a fondo per scoprire la storia nascosta, quella che per anni è stata custodita gelosamente dalla famiglia a capo della Gemitex S.p.A.


È una storia lunga, che trae le sue origini da un ragazzo umile che lavorava in una cava di pietra dall'età di 10 anni, di un sognatore, della sua voglia di dimostrare al mondo che ce l’avrebbe fatta.


Curiosi?


Ottimo! Perché, mentre questa persona ricordava e raccontava, la mia mente dipingeva le gesta di un eroe; un uomo che si è fatto da solo e che non ha mai mollato, neanche per un secondo.


Ho il piacere di presentarvi il fondatore e padre della Gemitex, il Cavaliere del Lavoro Raffaele Gemiti.


R.G.: Buongiorno Sig. Gemiti. Iniziamo l’intervista con una domanda semplice. Che cos'è Gemitex per lei in una frase?


Sig. Gemiti: La famiglia!


R.G.: Poche parole, ricche di significato. Ci racconti la sua storia. Partiamo dalle origini.


Sig. Gemiti: Sono nato nel 1944 ad Andria, durante la Seconda Guerra Mondiale, in una famiglia di umili origini di 7 figli.


Ho iniziato a lavorare a 10 anni, come “cavamonte” in una cava di pietra e ci sono rimasto per 9 lunghissimi anni.


Non è stato facile.


Il lavoro era duro, non avevamo protezioni e, a fine giornata, tornavo a casa esausto con le mani e il volto pieno di tagli.


C’erano 40°C tutto il giorno, non avevamo acqua. Potevamo procurarcela in pausa pranzo dopo mezz'ora di camminata. La pausa pranzo, per inciso, durava mezz'ora.


Io, però, avevo comprato il ciclomotore con il mio stipendio. Quindi riuscivo a dissetarmi e tornare in tempo.


Era chiaro che non potessi fare quella vita per sempre.


Ma la paga era buona. 500 lire al giorno.


A 14 anni, ho perso mio padre per incidente. Mia madre, distrutta, ha dovuto rimboccarsi le maniche e sfamare una famiglia di 7 figli. Con i miei altri due fratelli abbiamo collaborato perché eravamo gli unici a lavorare.


R.G.: Come è nata la voglia e il desiderio di partire in quest’avventura?


Sig. Gemiti: A 19 anni c’è stata la svolta.


Stanco di quel lavoro disumano, decisi di licenziarmi.


Il mio datore di lavoro mi minacciò dicendomi che se avessi lasciato il lavoro non mi avrebbe più assunto e avrebbe scritto una lettera per scarso rendimento lavorativo, in modo che nessun altro potesse più assumermi.


Ma io non ci stavo.


R.G.: E cosa le ha detto?


Sig. Gemiti: Che non avrebbe fatto differenza. Gli ho detto che da quel giorno avrei cambiato mestiere. Non volevo essere più dipendente. Non volevo che qualcun altro decidesse della mia vita.


Tornato a casa ho raccontato tutto alla mia famiglia. I miei fratelli mi giudicarono.


(Gli occhi del Sig. Gemiti diventano sempre più rossi e una lacrima inizia a scendere giù per il volto.)


Mia madre, invece, ha sempre creduto in me. E in quel momento di disagio mi disse di non mollare, che mi avrebbe aiutato a partire, che ce l’avrei fatta.


Dovevo farcela. Per lei. Per me.


Così ho cambiato lavoro. Ero diventato un venditore ambulante nei mercati cittadini settimanali. Un mercato diverso ogni giorno. Mi dividevo tra Andria e i paesini intorno alla mia città.


R.G: Quale è stato il primo prodotto che ha venduto?


Sig. Gemiti: La tovaglia in “plastica” trasparente.


In realtà è stato un suggerimento di mio fratello maggiore, tappezziere di divani e poltrone. Lui usava i rotoli di PVC trasparente per proteggere e rivestire le poltrone. A quei tempi, le poltrone e i divani erano sacri per le donne. Dovevano restare immacolati. Dovevano conservarsi nel tempo.


Ricordo che mio fratello mi diede l’opportunità di tagliare le prime tovaglie in PVC dai suoi rotoli e mi presentò qualche distributore e grossista nel Barese.


C’è un però.


All'inizio non sapevo come presentare la tovaglia. Non conoscevo le misure giuste.

Vendevo pochi pezzi!


Allora, come fanno i grandi artisti, decisi di rubare i trucchi del mestiere dai miei concorrenti, girando tra le “bancarelle” del mercato.


Mia moglie, oltre ad essere madre e ad occuparsi della famiglia, confezionava le prime tovaglie in casa. Io, invece, imparavo a piegarle velocemente e ad usare le parole giuste per venderle.


C’è voluto quasi un anno per avere i primi risultati.


Tuttavia, eravamo diventati una squadra imbattibile.


Ci sapevamo fare.


Dopo la prima tovaglia venduta, è arrivata la seconda, poi la terza e, senza accorgermene, avevo la fila di persone che volevano le mie creazioni.


Offrivo sempre decori nuovi, di tendenza, ad un prezzo bomba.

Avevo occhio.


I miei concorrenti non riuscivano a capire come avessi fatto a superarli nonostante la mia poca esperienza.


Ma, ad un certo punto, anche loro cominciarono a chiedere le mie tovaglie.

Intravidi un’opportunità.


Con mia moglie e i miei figli, che dopo la scuola ci aiutavano in garage, iniziammo a confezionare le tovaglie per noi e per gli altri.


Pian piano ci stavamo trasformando. Da semplici ambulanti a grossisti.


R.G.: Presumo che non sia stato semplice. Come era strutturata la vostra giornata tipo?


Sig. Gemiti: Sveglia molto presto. La mattina ci dividevamo i compiti.


Io e i miei due figli maschi andavamo a vendere al mercato. Mia moglie e mia figlia piccola confezionavano le tovaglie in garage.


Si tornava a casa nel primo pomeriggio, un boccone al volo e si ritornava a lavoro.


Arrivavano alla nostra porta tutti i venditori ambulanti di zona per i nostri prodotti. Caricavano sui loro mezzi centinaia di tovaglie, tappeti e cuscini ciascuno.


Stavamo diventando sempre più grandi.


Dopo aver servito i clienti, caricavano i nostri mezzi per il giorno successivo.


La giornata lavorativa durava anche 15-16 ore.


Ma i sacrifici hanno ripagato. C’è voluto tanto sudore, ma soprattutto tanta voglia di farcela.


R.G.: Come è stato il cambio generazionale con i suoi figli?


Sig. Gemiti: Non c’è ancora stato! Scherzo.


Ma sono ancora in prima linea. Ogni giorno in azienda.


Torniamo alla domanda.


Ho voluto insegnare ai miei figli il mio lavoro sin da subito e loro hanno riposto alla grande.


Io non ho mai avuto un mentore. Sentivo il bisogno di esserlo per loro.


Non ho mai chiesto loro, però, di essere come me e di copiarmi.


Dovevano sviluppare le loro competenze rubando da me e migliorando continuamente, grazie alla loro intelligenza. Ho cercato sempre di tirare fuori il meglio di loro.


E sono stati fenomenali!


Abbiamo trasformato insieme un sogno in realtà.


Oggi siamo leader di settore in Italia e vendiamo in tutto il mondo.


L’azienda continua a crescere ogni anno. E non abbiamo nessuna intenzione di fermarci.


Il duro lavoro alla fine paga!


Ora stanno arrivando i miei nipoti. Sono in gamba. Ci porteranno lontano.


R.G.: Che consiglio si sente di dare ai più giovani che vogliono diventare imprenditori?


Sig. Gemiti: Siate voi stessi.


Se non avete le capacità innate non c’è problema. Copiate da chi invece ce le ha. Studiate questi soggetti e le loro imprese. Trovate i difetti e migliorateli. Diventerete sempre più bravi.


C’è una cosa però che non deve mancare.


La passione!


Se non avete passione per quello che fate, non andrete lontano.


Io non dormivo la notte. Pensavo a come migliorare i prodotti. Pensavo a come venderli meglio.

Fremevo dalla voglia di tornare a lavoro.


R.G.: Ultima domanda. Cosa si aspetta dal futuro?


Sig. Gemiti: Ho sognato tutto questo a 19 anni e si è avverato.


Oggi sono un po' più grande ma non smetterò mai di sognare!




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A presto,


Gemitex

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